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“Ritengo di aver fatto tutto quello che potevo e dovevo fare circa la redazione della Carta valanghe. E’ un’indagine che attiene a fatti molto dolorosi e, quindi, speriamo che venga accertata tutta la verita’. Una cosa del genere non si poteva prevedere, pero’, per quanto mi riguarda, abbiamo attuato tutto cio’ che serviva per poter prevenire i rischi a cui la regione andava incontro, tra cui anche la Clpv”. Lo ha detto al termine dell’interrogatorio l’ex presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi, indagato nell’ultima tranche dell’inchiesta della Procura di Pescara sulla tragedia dell’Hotel Rigopiano di Farindola (Penne), travolto il 18 gennaio 2017 da una valanga che provoco’ 29 morti. Questo filone riguarda la mancata realizzazione della Carta di localizzazione dei pericoli di valanga (Clpv). Chiodi, accompagnato dai suoi difensori, gli avvocati Enrico Mazzarelli e Mauro Di Dalmazio, e’ stato interrogato, questa mattina, dal procuratore capo di Pescara Massimiliano Serpi e dal sostituto Andrea Papalia, titolari dell’inchiesta su Rigopiano. “Abbiamo fatto una riorganizzazione della Protezione civile – ha proseguito Chiodi – e siamo arrivati nel 2013 a creare, tra l’altro, un sistema di rischi che non c’era mai stato in Abruzzo e, quindi, anche un sistema di allertamento, ma anche una analisi e una casistica dei rischi. Abbiamo fatto questo dopo la riorganizzazione della Protezione civile, subito dopo il terremoto”, ha ribadito l’ex governatore. L’ultima delibera che abbiamo fatto – ha sottolineato l’ex governatore- era quella che la legge prevedeva, prescrivendo che sulla Clpv venisse dato un indirizzo politico e che poi la Carta venisse fatta dalla struttura e dal servizio, insieme a Coreneva e Forestale, con la Giunta che poi deve approvare la Carta storica, e qui c’era anche il mandato rinnovato, contenuto gia’ nella legge, di procedere alla Clpv”.

“Rispetto alla vicenda della Carta di localizzazione dei pericoli di valanga, come purtroppo e’ noto, in quel periodo c’era il problema del terremoto, il problema di una citta’ distrutta da ricostruire”. Lo ha detto l’avvocato Alfredo Iacone, questa mattina in tribunale a Pescara, al termine dell’interrogatorio della sua assistita, Daniela Stati, assessore regionale con delega alla Protezione civile dal 19 gennaio 2009 al 3 agosto 2010, indagata nell’ultima tranche dell’inchiesta della Procura di Pescara sulla tragedia dell’Hotel Rigopiano di Farindola (Penne), travolto il 18 gennaio 2017 da una valanga che provoco’ 29 morti. Questo filone riguarda la mancata realizzazione della Carta di localizzazione dei pericoli di valanga (Clpv). Stati, accompagnata dal suo difensore, e’ stata interrogata, questa mattina, dal procuratore capo di Pescara Massimiliano Serpi e dal sostituto Andrea Papalia, titolari dell’inchiesta su Rigopiano. “Possiamo dire soltanto che la dottoressa Stati ha chiarito la sua posizione – ha proseguito l’avvocato Iavone – sottolineando la totale estraneita’ rispetto a qualunque responsabilita’ penale per le condotte ipotizzate”.

“Io sono andato a dire quello che ho fatto, contrariamente ad altri, che devono dire perche’ non lo hanno fatto”. L’ha dichiarato Gianfranco Giuliante, assessore regionale dell’Abruzzo con delega alla Protezione civile dal 31 gennaio 2011 al 25 maggio 2014, oggi pomeriggio, al termine dell’interrogatorio in procura, a Pescara, nell’ambito dell’inchiesta sulla tragedia dell’Hotel Rigopiano di Farindola (Pescara). Giuliante e’ indagato nell’ultima tranche dell’inchiesta che riguarda la mancata realizzazione della Carta di localizzazione dei pericoli di valanga. (Clpv).
“Il mio assistito”, ha riferito l’avvocato Luigi Di Massa, difensore di Giuliante, “ha chiarito tutti i punti oggetto di contestazione. Ha esaurientemente chiarito tutto cio’ che e’ stato fatto durante la sua presenza nella giunta, ovvero tutto quello che serviva per predisporre la Carta valanghe”.
“C’era gia’ stata una delibera regionale per l’individuazione della Carta storica delle valanghe”, ha aggiunto Di Massa, “che costituiva un documento propedeutico all’individuazione del rischio valanghe, perche’ ovviamente se non si sapeva dove stavano le valanghe non era possibile sapere dov’era il rischio”.

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