CONDIVIDI

“Per poter fare la guerra alla mafia occorre essere uomini liberi. Il sindaco di Palermo Salvo Lima e l’assessore ai Lavori pubblici Vito Ciancimino non erano liberi perché avevano bussato alla porta dei mafiosi per chiedere voti e quando la mafia ha bussato alla loro porta per chiedere la restituzione dei favori, loro due non hanno potuto dire di ‘no’. Ai ragazzi dico oggi di essere sempre liberi: non vi legate a nessuno per far valere i vostri diritti, fatevi rispettare ma sempre in modo legale, e quando non accade, ribellatevi, protestate, non diventate schiavi di alcuno, perché quando si chiedono favori, si diventa vassalli, siate orgogliosi di essere onesti, di non farvi corrompere. Siate orgogliosi della vostra libertà e non abbassate mai la guardia, perché la mafia c’è ancora, oggi è sommersa perché cerca di far dimenticare i 25 anni di follia di Totò Riina e dei Corleonesi, ha interesse che se ne parli sempre meno e intanto continua a operare, è quella che succhia il potere economico in tutte le regioni, non regala niente a nessuno”. Lo ha detto il Generale dell’Arma dei Carabinieri Angiolo Pellegrini, Comandante della Sezione Antimafia di Palermo dal 1981 al 1985, protagonista oggi del terzo evento organizzato dall’Istituto Alberghiero Ipssar ‘De Cecco’ di Pescara, nell’ambito del XXIII Premio Nazionale ‘Paolo Borsellino’. Presenti all’iniziativa, oltre al Generale Pellegrini, uomo di fiducia del Pool antimafia di Falcone e Borsellino, autore di alcune delle più importanti indagini nei confronti di Cosa Nostra, che ha presentato agli studenti il suo libro ‘Noi, gli Uomini di Falcone – La guerra che ci impedirono di vincere’, la Dirigente dell’Istituto Alberghiero Ipssar ‘De Cecco’ Alessandra Di Pietro, organizzatrice dell’iniziativa, il docente e attore Edoardo Oliva che ha letto alcuni brani del volume, e, in platea, classi dell’Istituto Alberghiero, dell’Istituto Tecnico per Geometri di Penne ‘Marconi’, e i rappresentanti delle Forze dell’Ordine, come il Questore Francesco Misiti, il Comandante provinciale dei Carabinieri Colonnello Marco Riscaldati, il Colonnello Gaetano La Rocca, il Comandante Marco Toppetti, il Generale di Brigata Carlo Cerrina, Annamaria De Rita, Presidente dell’Associazione Nazionale Cavalieri della Repubblica Italiana, Daniela Puglisi per l’Ufficio Scolastico Provinciale, e l’ex Provveditore agli Studi Nino Santilli.

“La giornata odierna – ha ricordato la Dirigente Di Pietro – è una tappa nel percorso di costruzione della legalità che è fatta di pensieri, di concetti alti, che vanno sedimentati nel tempo, la cultura della legalità contrapposta alla subcultura dell’illegalità da combattere nel quotidiano. La scuola oggi lancia una sfida importante e si assume la responsabilità di portare avanti questa battaglia: il senso dell’incontro oggi non è solo quello di raccontare episodi drammatici della storia del nostro Paese o della guerra sanguinaria di Cosa Nostra, ma di indurre i ragazzi a riflettere sull’illegalità quotidiana, perché occorre combattere non solo chi spara, ma anche chi ruba sugli appalti, chi inquina le notizie, chi fa regali agli amici penalizzando chi merita, bisogna combattere contro un sistema diffuso di corruzione. E noi portiamo avanti la nostra battaglia attraverso testimonianze esemplari di magistrati, giornalisti, poliziotti, carabinieri”. E dopo la lettura di un passo del libro da parte del docente-attore Oliva, la parola al Generale Pellegrini: “Qualcuno a un certo punto ha deciso che non dovevamo vincere la guerra contro la mafia, eppure abbiamo fatto tanto – ha detto Pellegrini -. Pensate che quando sono arrivato a Palermo, nel gennaio dell’81, c’era ancora chi negava l’esistenza di un’Organizzazione criminale unica, gerarchicamente ordinata, fatta di tanti personaggi collusi con la politica, con le Istituzioni, con l’imprenditoria, si negava l’esistenza della mafia. Si ammetteva che esisteva chi commetteva reati come l’estorsione, le rapine, ma si sosteneva che non esisteva un’Organizzazione unitaria sebbene la mafia esistesse in Sicilia da più di 100 anni. E se si andava fuori dalla provincia palermitana, a Catania si affermava ‘qui la mafia non esiste’. In dieci anni abbiamo dimostrato, con Falcone e Borsellino, che la mafia esisteva e siamo arrivati alla sentenza del maxi-processo, ricostruendo i componenti delle cupole provinciali e della cupola regionale. A fine anni ’70 la mafia si considerava più forte dello Stato, aveva le sue leggi che imponeva ai propri adepti, e quando individuava chi usciva fuori dal coro, lo uccideva. Come il Procuratore Costa, che aveva capito come la mafia era diventata ricca, come aveva trovato il modo per riciclare i soldi a Palermo, un giudice che per primo aveva svelato i segreti dei mafiosi, il traffico di droga che da Palermo arrivava a New York, venne assassinato perché venne lasciato solo. I suoi sostituti procuratori rifiutarono di firmare gli ordini di custodia cautelare, e la mafia capì che era solo, come accadde per Dalla Chiesa, per Falcone e Borsellino, erano persone lasciate sole. Come il fratello del Capo dello Stato – ha proseguito il Generale Pellegrini -, Piersanti Mattarella ucciso per aver confidato di voler fare pulizia all’interno della Democrazia Cristiana, come accadde poi al Capitano Basile, ucciso alle spalle con in braccio la sua bambina di 2 anni, o al Capo della Squadra Mobile Boris Giuliano. I tre giovani che uccisero Basile vennero arrestati, processati e assolti per ‘insufficienza di prove’, come finivano tutti i processi per mafia, ecco perché era più forte dello Stato. Quando sono arrivato a Palermo ero molto preoccupato perché conoscevo poco della mafia siciliana, anche i giornali non ne parlavano. Ho cominciato a studiare il fenomeno e ho avuto la fortuna di crearmi una Sezione Antimafia specifica, e di potermi scegliere i collaboratori uno ad uno. Nel frattempo a Palermo si scatenò la seconda guerra di mafia, con i Corleonesi che volevano conquistare la città uccidendo tutti i capi storici e ho iniziato a lavorare con la Sezione investigativa della Squadra Mobile della Polizia di Stato diretta da Ninì Cassarà. È arrivato Falcone che ha ripreso le indagini del Procuratore Costa e ha dimostrato che la mafia lasciava tracce attraverso il movimento dei soldi e per primo ha preso un’iniziativa unica: mandò i nostri uomini nelle Banche a sequestrare tutti i conti correnti e gli assegni emessi da uomini in odore di mafia. Ciò provoco reazioni anche all’interno delle Procure, con qualcuno che tentò di distogliere Falcone, senza riuscirci e per tutta risposta il capo di Falcone, il Procuratore Rocco Chinnici istituì il Pool. Chinnici venne ucciso nell’83, dopo aver tentato di arrestare, di portare in Tribunale chi assicurava il collegamento tra mafia, politica e imprenditoria, ossia due cugini potentissimi, fortissimi. Nell’84, arrivato il giudice Caponnetto, dopo le dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta e i 366 mandati di cattura, la mafia capì che questa volta avevamo fatto le cose in modo serio, e per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica, alla vigilia di Natale dell’84, mise la bomba sul treno 904. Ma si comprese subito che non era terrorismo, ma un attentato di mafia, e allora la mafia comprese che dovevano combattere Falcone. Per prima cosa – ha ricordato il Generale Pellegrino – gli hanno tolto tutti i più stretti collaboratori, me compreso, poi il primo attentato fallito, che però non fermarono Falcone, arrivando alla sentenza definitiva del maxi-processo in Cassazione con 19 ergastoli, 2.265 anni di reclusione. Avevamo dimostrato che la mafia esisteva, che aveva un vertice, chiamato ‘Papa’, tale Michele Greco, e aveva una struttura verticistica addirittura ecclesiastica. A quel punto Falcone andava punito, andava ucciso, nella sua Palermo e in modo eclatante, per evitare che andasse a capo della Procura Nazionale Antimafia a Roma, con 4.000 uomini nella DIA. Il messaggio dei 500 chili di tritolo a Capaci era ‘chi combatte la mafia, la mafia, se vuole, può ucciderlo’. E invece quell’assassinio ha generato un movimento, una spinta di odio contro la mafia, che oggi sta cercando pure di ricucire il suo rapporto con la politica e le istituzioni, di reinserirsi nei gangli”. A chiudere la giornata Daniela Puglisi, dell’Ufficio Scolastico Provinciale: “Il dovere della scuola e degli studenti è quello di onorare la memoria di Falcone, di Borsellino e di tutti i martiri della mafia, ricordando le parole di Borsellino, quasi un testamento: ‘Se i giovani negheranno il proprio consenso, anche l’onnipotente mafia sparirà come un incubo’”.