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Il Sindacato giornalisti abruzzesi esprime, nuovamente, soddisfazione anche per la sentenza della Corte d’Appello dell’Aquila che ha confermato l’annullamento del licenziamento della giornalista Barbara Orsini dall’emittente televisiva Rete8, disponendo, di conseguenza, il reintegro della collega nel posto di lavoro e il pagamento degli stipendi arretrati. Il sindacato torna ad auspicare che, ora, l’editore voglia rapidamente dare esecuzione a quanto stabilito dal giudice, chiudendo così una vicenda che dura ormai da quasi due anni e che ha duramente colpito la professionalità e la vita personale della collega.

La soddisfazione e la gioia per aver vinto una lunga battaglia per l’affermazione dei miei diritti calpestati e vilipesi non mi faranno mai dimenticare chi mi ha davvero sostenuto e chi, invece, si è limitato a comporre il mio numero di telefono tre volte in due anni ossia dopo le tre sentenze. Trovo goffo e inopportuno ogni tentativo, di queste ultime ore, di salire sul carro del vincitore spendendo con la solennità delle carte intestate apprezzamenti per la sentenza della Corte d’Appello de L’Aquila e, peggio ancora, ostentando oggi la sicurezza del felice epilogo di una vicenda di cui non si sono mai realmente interessati, né umanamente né professionalmente. Chi oggi plaude al felice epilogo temo lo faccia con un vicinanza che non posso non percepire come formale, forse di circostanza, sicuramente tardiva. Quando venni mandata via su due piedi da Rete 8- con un licenziamento riconosciuto come illegittimo da un’ordinanza a da due sentenze della magistratura-,chi sedeva nella Giunta esecutiva della Federazione nazionale della stampa non ritenne neppure di farmi una telefonata. Mai visto né sentito, tranne dopo la vittoria in primo grado, a giochi pressoché conclusi. Ciò che a me, purtroppo, risulta è che la stessa FNSI si rifiutò di sostenere il Sindacato giornalisti abruzzesi sul mio caso, pur sollecitata più volte dal segretario Adam Hanzelewicz, sostenendo, sulla base di non meglio imprecisate informative (che qualcuno avrà pur fornito), che si trattava di «beghe da parrucchiere». Aggiungendo così un carico di amarezza e di umiliazione ad una difficilissima situazione personale e professionale che ho potuto fronteggiare con il solo sostegno della mia famiglia, del mio avvocato Leo Brocchi e di pochi ma fidati rappresentanti sindacali che mi hanno seguita passo passo, dal tentativo di conciliazione a tutte le fasi processuali. Credo sia mio diritto mettere la parola fine a qualsivoglia strumentalizzazione del mio nome e della mia vicenda ringraziando solo chi ha lavorato in questa direzione, in ogni giorno di 21 mesi di inferno, e non certamente chi si è voltato dall’altra parte, per interesse o disinteresse non sta a me dirlo.

Pescara 14 dicembre 2018                                     Barbara Orsini

 

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