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Tre ore serrate di dibattito nell’Officina dell’on. Luciano D’Alfonso a Pescara sul tema “Riflessione sul cantiere della nuova città di Pescara”. Al tavolo dei relatori, oltre allo stesso D’Alfonso, il professor Federico Gualandi, docente di Diritto delle città all’università Iuav di Venezia, e Marcello Salerno, docente di diritto pubblico all’università di Bari nonché sindaco di Ari.

Come uditorio partecipante, una classe di 24 tra esperti e interessati fra i quali figuravano i consiglieri regionali Luciano D’Amico, Erika Alessandrini e Antonio Di Marco, il sindaco di Spoltore Chiara Trulli, il consigliere provinciale di Pescara Gianni Chiacchia, i consiglieri comunali di Pescara Carlo Costantini, Stefania Catalano, Marco Presutti, Marco Alessandrini e Piero Giampietro, la consigliera comunale di Montesilvano Romina Di Costanzo, il presidente della commissione Statuto di Nuova Pescara Vincenzo Fidanza, nonché diversi dirigenti e funzionari dei Comuni interessati.

In avvio di dibattito, D’Alfonso ha lanciato una provocazione: “Ingrandire non vuol dire fare meglio: la città in cui si vive meglio non è necessariamente la città più grande. Qual è la funzionalità in più che può dare una città? Io penso che si debba agevolare la comodità di vita esaltando la funzione dello statuto. Oggi gli statuti si fanno in fotocopia, ma qui serve altro. Una città ha bisogno di diritto ma anche di idee, economia e organizzazione. La fusione attualmente sta riguardando solo le amministrazioni e questo non va bene. Serve un potere servente, non seduto. Con lo statuto possiamo concepire strumenti innovativi: noi vogliamo un nuovo contratto tra diritti e doveri dei cittadini nei confronti dell’ordinamento comunale”.

Gli elementi cardine, secondo il deputato dem, devono essere questi: “Intanto tutto deve essere più scorrevole per la vita delle imprese che vengono a investire nella nuova città. C’è una disponibilità pattizia affinché Pescara diventi una conurbazione della comodità, nella quale l’ordinamento si compiega rispetto ai progetti di vita delle imprese, delle persone e delle associazioni. Poi occorre rendere indiscutibile il valore dei beni irripetibili quali l’aria, l’acqua e il paesaggio. In sintesi, la città nuova deve essere capace di diritti nuovi accanto a nuovi doveri. Per aiutare questo processo sono disponibili risorse cospicue: 105 milioni per dieci anni non possono essere sprecati vanamente, serve una precisa direzione di marcia”.

Le conclusioni dell’incontro sono state affidate al professor Gualandi: “Mi attraggono le cose fatte con passione e oggi, qui, di passione ne ho vista tanta. Parlando di strumenti innovativi, mi corre obbligo citare i Patti di collaborazione che abbiamo creato a Bologna, grazie ai quali un cittadino può proporre delle sinergie – anche minime, come la cura di una panchina – con il Comune. Io sono favorevole alle fusioni: il Comune di Valsamoggia è nato dall’unione di cinque municipalità ed è un esempio riuscitissimo, nessuno penserebbe di tornare indietro. Lì sono riusciti a intercettare la Philip Morris proprio grazie a questa aggregazione urbanistica. Dobbiamo capire che il governo del territorio è molto cambiato in questi ultimi anni: le sfide di oggi (penso al cambiamento climatico, alla mobilità o alle questioni ambientali) non si possono più gestire a livello di comunità locale. Come si fa? Serve una diagnosi che dia vita a una strategia. Ma servono anche accordi negoziali per gestire il rapporto con i privati, patti che vadano oltre la fredda norma burocratica. Solo così riusciremo a far nascere una comunità che vale più della somma delle parti che la compongono”.

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